Se non è possibile parlare di specifiche culture riproduttive nazionali, la cultura riproduttiva sui generis deve essere declinata anche in funzione delle specifiche legislazioni in vigore nei rispettivi Stati.
Laddove il sistema scientifico genera inedite possibilità riproduttive, irritando le distinzioni tra lecito e illecito informate da etica, morale e religione, il legislatore pretende di fare ordine sulle modalità riproduttive dei corpi della comunità.
Attraversare un confine quindi, può rappresentare il libero accesso a tecniche di procreazione che nella terra d’origine sono vietate.
Torniamo quindi ad occuparci di statistiche, per riuscire a fotografare il fenomeno dell’infertilità da un altro punto di vista. Si tratta in particolare di uno studio effettuato su cliniche di 6 paesi europei, coordinato da Francoise Shenfield, dell’University College Hospital di Londra.
Si tratta del fenomeno dei ‘crossing borders’, chi cioè attraversa confini per poter ricorrere a tecniche di procreazione assistita vietate nel paese d’origine. La cifra stimata è di 20-25 mila trattamenti (ogni paziente può ricorrere a più di un trattamento). Il numero maggiore di pazienti individuati dalla studio è di origine italiana (31,8%). L’età media delle donne che si recano all’estero è maggiore nelle inglesi (il 63,5% ha più di 40 anni). Per quanto riguarda lo stato civile delle coppie, se gli italiani sono per l’82% sposati, per i francesi la percentuale non supera le 50 unità.
Dall’Italia, dopo la sentenza della Corte Costituzionale che ha bocciato alcune parti della legge 40, potrebbe verificarsi una diminuzione del fenomeno.
[L.G.]
Collegamenti:
- Abstract presentato dalla dottoressa Shenfield al XXV meeting annuale della European Society of Human Reproduction and Embryology
- Un approfondimento di Adele Sarno sulla situazione in Italia a seguito della sentenza della Corte Costituzionale
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